Frantumi in visita. Carmelo Bene al museo Castromediano di Lecce.

Ancora tutto mio, limpido e profumato, mi aggiro per le sale del museo Castromediano di Lecce. Tutti i frantumi di storia che lo riempiono m’ispirano molto, inebriano il mio essere mosaicista. Spero che un giorno qualcuno crei un vero museo per descrivere l’uomo e la donna, perché l’artigianato e l’arte non bastano. L’artigianato e l’arte anche quando sono veri sono solo un tentativo di dire mentre i frantumi di un tempio come di un palazzo, come di un vaso o di una scultura, sono molto di più di ciò che resta del passato, sono una visione del tempo e del presente senza chiacchiere. Il becco che manca ad una civetta scolpita in pietra leccese, da un artigiano di cui non si conosce il nome, la dice lunga. Che risate!

Coincidenza vuole che sono capitato qui per caso, per recuperare delle chiavi. M’imbatto così in alcuni costumi di scena e poche gigantografie dell’incommensurabile Carmelo Bene. Una piccolissima mostra allestita all’entrata del museo di cui sapevo ma stamattina non ricordavo e non m’aspettavo tanta grazia. L’incontro con la grandezza del genio mi regala sempre uno stato di grazia. La presenza e l’assenza, la presenza soprattutto e l’assenza in quanto dal colletto degli abiti non spunta più il suo viso antico ma c’è eccome, lo sento. Oltre le foto, ci sono delle didascalie, in una di esse leggo:

“Perché non sono caduto ai tuoi ginocchi

Perché non sei svenuta ai miei piedi

Sarei stato il modello degli sposi

Come il frou-frou della tua veste

E il modello dei frou-frou”

Vedo la stoffa rossa del suo costume da Pinocchio un po’ stinta, la camicia dell’Amleto, quella del Macbeth. È epifania! Noi lasciamo un frammento di noi. Vedete voi quale…

Provo un’ammirazione senza limiti. Tutte queste piccole poche cose sono piene di senso, strabordano, colano, posso intingere le dita, benedirmi. Per questo devo ammettere che le critiche sull’esiguità della mostra sono sbagliate e avevano condizionato anche me che a volte dimentico che anche i feticci appartenuti ad un essere straordinario sono frammenti di luce e conviene sempre incontrarli, visitarli e, se si è pronti, farsi visitare.

Frammenti di luce, Lecce mia, che incontro per le tue strade nella pietra leccese col sole e in alcuni esseri.

Si è frammenti durante tutta la vita. Non ci si ricompone che raramente, in generale mai, si resta vasi rotti, teste di tufo consumate dal tempo. La maggior parte della gente crede di essere intera (solo perché ha due gambe, due braccia, una testa, l’organo per pompare il sangue, l’organo sessuale, una posizione economica o di potere? Controllate!) per questo non arriva nemmeno a pensare che bisogna munirsi quanto prima di un martello e di uno scalpello e che bisogna mettersi a lavorare la propria testa, perché è brutta, imperfettissima. Ci si crede interi solo perché la scatola-corpo sembra nella norma. Io appartengo a quella razza di esseri che si son messi a lavorare alla propria testa sin dalla nascita. Non mi basta mai e preferisco consumarla che lasciarla imperfetta, preferisco che non rimanga niente che vederla così sporcata dalle chiacchiere della storia. Pretendo che sia il meglio che posso permettermi! E per lo stesso motivo sono un mosaicista, per raccogliermi in pezzi e rifare il mosaico, per ricompormi e ricomporre così la visione del reale. Di certo per non accettare così com’è quello che m’è stato dato!

Se la natura decidesse in questo istante di scoperchiarsi e capovolgere tutto mi dispiacerebbe solo per le opere d’arte e la grande musica, prodotti appartenuti a donne e uomini veri, non spaventati o corrotti dal mandala ch’è il reale ma eccitati, sfidanti, creatori. Perché proprio in un sistema vano come il nostro, in questo sistema di vanità, a che serve continuare a vivere senza la propensione maledetta a migliorarsi all’infinito? Tutto è vano ed è proprio per questo che cerco di essere bellissimo! Se tutto non fosse vano potrei anche bastarmi come uomo ordinario qualunque, uomo al suo posto in un sistema funzionante ma questa, per quanto mi riguarda, non è più una Storia ma una barzelletta e a me le barzellette non sono mai piaciute: ho sempre amato i miracoli!

Sogno un Museo dello Splendore e della Deficienza, tutto qui! Ma ora che ognuno torni al suo posto, si frantumi come vuole e si raccolga come può!

Orodè

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