Tra espressionismo e afflato decorativo: il mosaico ceramico di Orodè Deoro

Sul numero 12 del bellissimo semestrale francese Mosaique Magazine, del luglio 2016, è apparso questo scritto critico su di me, a cura di Paolo Sacchini, storico e critico d’arte, attualmente docente all’accademia di Belle Arti di Brescia “Santa Giulia” e direttore della Collezione Paolo VI – arte contemporanea di Concesio. Ringrazio Paolo!

Tra espressionismo e afflato decorativo: il mosaico ceramico di Orodè Deoro

Paolo Sacchini

Dinnanzi alle opere di Orodè Deoro, la prima impressione è fortemente disturbante. In altre parole, cioè, è molto difficile guardarle senza provare una sensazione strana ed ambivalente, che muove tra un disagio intenso e corrosivo (che si sente come penetrare nelle vene e nelle ossa) ed un’attrazione persino magnetica, poiché l’occhio ne viene coinvolto in maniera totale ed estremamente diretta, nonché potentissima sul piano percettivo. E conviene sottolineare sin dall’inizio che non è tanto questione di temi, benché certamente il lavoro più recente di Orodè sia intriso di umori satirici; piuttosto, a colpirci è l’irruenza delle sue superfici musive, che aggrediscono lo spettatore con tutta la forza della loro intensità cromatica e del loro aspetto per nulla edulcorato e rassicurante.

Proprio per queste ragioni, l’opera orodeiana può essere efficacemente inserita nell’ampio e variegato filone espressionista che dai grandi maestri di inizio Novecento conduce oggi sino a Kiefer, Baselitz e Marlene Dumas. Innanzitutto, il colore scintillante dei suoi mosaici ceramici – che si accendono di bagliori tanto vivaci quanto robustamente antinaturalistici – fa pensare alle superfici piatte e smaglianti dei dipinti e delle “carte ritagliate” di Matisse, di cui condividono la fondamentale istanza di liberazione della forza del colore; e lo si può agevolmente verificare – ad esempio – in un’opera come L’eternità, grazie alla quale peraltro l’artista pugliese ha ottenuto il Premio Arte 2015 per la categoria “Scultura” (si tratta, in effetti, di un pannello che vive di un rilievo leggero ma palpitante, difficilmente apprezzabile in fotografia ma molto caratterizzante nella visione dal vivo). In secondo luogo, nell’economia espressiva dei lavori di Orodè è spesso davvero determinante l’esagerazione o addirittura la vera e propria distorsione dei tratti figurativi, alla maniera di Nolde, di Bacon o di Lorenzo Viani; e per rendersene conto è sufficiente osservare (possibilmente cercando di entrare in empatia con essa) la sincopata strutturazione di Arcano, in cui l’integrità formale ed umana delle figure si corrompe esprimendo una tesa ansietà e – si direbbe – una tremenda inquietudine sul senso-non-senso della vita. Ancora, altro mezzo espressivo caratteristico dell’espressionismo è il segno incisivo e indagatore, che spesso si concretizza nei potenti contorni neri che cingono le figure (si pensi a Rouault, a Schiele o a Schmidt-Rottluff, ma anche al pionieristico cloisonnisme di Gauguin ed Emile Bernard); e anche in questo senso i mosaici di Orodè – si veda tra gli altri La libertà è una forma di disciplina – appaiono addirittura paradigmatici della sua istintiva adesione all’estetica espressionista, perché in essi gli interstizi tra una “tessera” e l’altra – colmati dal nero vellutato e al contempo penetrante dello stucco epossidico, il cui utilizzo è scelta espressiva non meno che tecnica – definiscono un labirinto di graffi netti e taglienti che tracciano intorno alle figure una sorta di sigillo vigoroso e pesante, denso di un’energia compressa che appare sul punto di esplodere e pervaso da appassionate implicazioni esistenziali.

Tuttavia, nei mosaici ceramici di Orodè tale evidente vena espressionista – che si arricchisce, comunque, anche di riferimenti visivi più pop, da Warhol e Lichtenstein a Milo Manara e alla graphic novel – è sempre accompagnata da una seconda e non meno importante componente, consistente in un elevato gradiente “decorativo”, di qualificazione estetica degli ambienti. Sulla questione della “decorazione” è sempre necessario muoversi con cautela critica, perché nonostante l’ampio dibattito dell’ultimo secolo e mezzo non c’è dubbio che essa ponga ancora dei problemi – o quanto meno delle legittime domande – a cui non è semplice fornire risposte esaurienti ed univoche; detto questo, però, almeno su un assunto di fondo si può e forse persino si deve – oggi, nel 2016 – essere d’accordo: e cioè sul fatto che la “decorazione”, quando è intesa in senso alto e consapevole, non è in alcuno modo una forma banalizzata e per così dire “bassamente funzionale” dell’arte propriamente detta, ma piuttosto una sua componente ineliminabile, perché qualunque opera d’arte – volente o nolente il suo autore – ha sempre in sé una qualità appunto “ornamentale”. «Non c’è nessun male a dire che io decoro una parete, perché Michelangelo ha decorato la Cappella Sistina», diceva Lucio Fontana; e anche senza arrivare così avanti nel tempo è chiaro che questa idea era totalmente condivisa anche dai tanti grandi artisti che a cavallo tra Ottocento e Novecento si sono mossi su questo terreno, da Gaudí a Klimt, da Bonnard a Vuillard, così come – in tempi ben più recenti – da Hundertwasser, da Yayoi Kusama, da Murakami, sino a giungere infine alle meravigliose e quasi invisibili soluzioni proposte da Marco Maggi nella sua Global Myopia allestita nel Padiglione dell’Uruguay all’ultima Biennale di Venezia.

Ebbene, sono proprio questi – più o meno esplicitamente – i riferimenti altamente ornamentali che si leggono nei mosaici orodeiani: se nelle accensioni liriche dei suoi accostamenti di frammenti ceramici si ritrovano la tecnica e soprattutto la libertà visionaria del trancadis gaudiniano (peraltro non a caso, perché è stato proprio lavorando ad una personale reinterpretazione di quest’ultimo che Orodè si è formato, nella sua Puglia, all’arte del mosaico parietale), nelle sue superfici fiammanti intervallate da eleganti tracce ornamentali – si vedano ad esempio le diverse soluzioni texturali di BB e Senza parole – si coglie la stessa logica di fusione e confusione tra figura e sfondo, tra elementi naturalistici e pattern decorativi astrattizzanti, che appunto caratterizza (con differenti sfumature anche concettuali) le opere di Klimt, di Hundertwasser o della Kusama. E allora si comprende perfettamente anche per quale motivo Orodè abbia potuto realizzare un impegnativo lavoro parietale (Paradiso terrestre) per lo studio di un architetto come Fabio Novembre, che è certamente da annoverare – su scala internazionale – tra i designer più attenti alle qualità “epiteliali” degli ambienti interni.

È dunque qui, alla confluenza tra espressionismo e decorazione alta, che si può collocare il lavoro di Orodè; il che dunque significa che i suoi lavori – esattamente come quelli dei grandi “decoratori” citati – sono allo stesso tempo assolutamente espressivi (“artistici, “autoriali”) e capaci di qualificare esteticamente un ambiente (“decorativi”, “ornamentali”). E tutto questo, in arte, non è un risultato da poco.

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